Tessile, l’appello di Unep: “Costruire un’industria della moda più circolare”

di Elvira Iadanza 28/03/2025

In Ue ogni cittadino acquista 19 kg di prodotti tessili, mentre l’85% dei rifiuti finisce in discarica o incenerito. A livello globale solo l’1% delle fibre utilizzate dall’industria tessile proviene dal riciclo. Secondo l’Unep serve contrastare la tendenza del “nuovo è meglio”


Costruire un’industria della moda più circolare, migliorare il riciclo dei tessuti, rimuovere le sostanze chimiche pericolose dagli abiti, cambiare la narrazione secondo cui il nuovo è sempre migliore e acquistare meno e meglio”, questi i cinque punti dell’Unep, l’agenzia dell’Onu del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, in vista della giornata internazionale ‘Zero Waste’ del prossimo 30 marzo, dedicata quest’anno proprio al tema della gestione dei rifiuti generati nel settore tessile.

Un flusso insostenibile, alimentato dal “modello di business lineare dell’industria della moda – spiega Elisa Tonda, responsabile della divisione Resources and Markets di Unep, secondo cui – una quantità impressionante di vestiti viene realizzata a basso costo e rapidamente, senza molta considerazione per il loro impatto sul pianeta. Questi vestiti vengono spesso indossati solo per un breve periodo, quindi gettati nelle discariche o inceneriti”. Tali comportamenti, sottolinea Tonda, alimentano il cambiamento climatico, impoveriscono le risorse naturali e riempiono l’intero pianeta di sostanze chimiche pericolose.

Un fenomeno che interessa anche l’Europa, dove secondo l’European Enviroment Agency nel 2022, in media, ogni cittadino ha acquistato 19 kg di prodotti tessili, mentre tra il 2010 e il 2019, il consumo oscillava tra i14 kg e i 17 kg. Parallelamente, tuttavia, il tasso di raccolta differenziata si è attestato su un livello di poco inferiore al 15%, anche se in aumento del 4,3% a partire dal 2016. “Ciò significa che l’85% di tutti i rifiuti tessili domestici – spiega l’EEA – è finito tra i rifiuti misti, dai quali non può essere riutilizzato o riciclato”. E se da un lato “l’attuazione della legislazione Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti tessili a partire dal 2025 aumenterà significativamente i tassi di raccolta”, come riporta l’EEA, dall’altro serve ripensare completamente il sistema. Anche perché altrimenti le stesse filiere circolari del riciclo e riuso rischiano di crollare sotto il peso di un flusso di rifiuti sempre più insostenibile.

Per questo, l’Unep chiama in causa soprattutto i produttori, invitandoli in primo luogo a diminuire i volumi di produzione di nuovi articoli e a diventare più circolari, mantenendo in uso i vestiti e le materie prime il più a lungo possibile. Un percorso che parte dalla progettazione, che dovrebbe prevedere indumenti più durevoli e l’utilizzo di tessuti più sostenibili, rendendo così i vestiti anche più facili da riciclare.

Il cambio di paradigma nelle logiche di produzione, secondo l’Unep, deve infatti passare anche per un incremento delle percentuali di riciclo. Secondo l’organizzazione non governativa Textile Exchange, tuttavia,  solo l’1% delle fibre per i nuovi indumenti proviene dall’economia circolare. Anche a causa dello spasmodico utilizzo di sostanze chimiche per il trattamento dei filati: oltre 15 mila quelle censite da uno studio sulla rivista Springer Nature, citato da Unep.

Oltre a questo, servirebbe anche implementare regimi di responsabilità estesa del produttore (o EPR), che obbligano chi immette un capo d’abbigliamento sul mercato a progettarlo meglio e a preoccuparsi anche della corretta gestione del suo fine vita. Tema, quello dell’EPR, che è già in discussione in Unione europea, dove nelle scorse settimane Parlamento e Consiglio hanno raggiunto l’intesa per renderlo obbligatorio in tutti gli Stati membri. Tutto questo, però, – spiega Tonda – senza dimenticare un giusto sostegno ai paesi produttori di fast fashion, in modo da non lasciarli indietro nel passaggio verso un modello di business più circolare. Anche in questo caso si tratta di una questione di responsabilità. Secondo l’EEA, infatti, dei 159 milioni di tonnellate di CO2 equivalente generati nel 2022 dal consumo di prodotti tessili in Europa, il 70% è stato rilasciato fuori dai confini dell’Ue, soprattutto in Asia, dove avviene la maggior parte della produzione tessile.

Il cambiamento da portare avanti, insomma, non può che avere una scala globale e, secondo il programma per l’ambiente dell’Onu, deve essere soprattutto culturale: bisogna contrastare la tendenza del “nuovo è meglio”, scrive l’Unep. La Ellen Mac Arthur Foundation ha scoperto che dal 2000 al 2015 la produzione di nuovi capi è raddoppiata, mentre è diminuito del 36% il numero delle volte in cui un abito viene indossato. “Tutti possono incoraggiare le persone intorno a loro a dare valore e a essere creativi con i vestiti che già hanno, piuttosto che comprarne di più” commenta Elisa Tonda di Unep, secondo cui i consumatori devono imparare a fare uno shopping che prediliga la circolarità del prodotto, scegliendo, così, non solo un abito da indossare, ma anche il messaggio anti-spreco da inviare alle aziende produttrici.

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