Rifiuti, nuove restrizioni all’export Ue interessano oltre 20 milioni di tonnellate

di Luigi Palumbo 31/03/2025

Dall’India all’Ucraina: già 26 i paesi che hanno fatto domanda di esenzione dallo stop alle esportazioni di rifiuti verso i paesi non OCSE stabilito dall’Ue. Ora “bisogna capire se questi paesi riusciranno a dimostrare il possesso dei numerosi e stringenti requisiti fissati dal nuovo regolamento”, spiega a Ricicla.tv Benedetta Bracchetti


Egitto e Marocco vogliono rottame da destinare alle fonderie e acciaierie, ma anche rifiuti tessili. L’India chiede carta da macero per le cartiere ma vuole anche ogni sorta di scarto o sfrido metallico. Il Pakistan vorrebbe abiti usati e scarti tessili dai quali recuperare fibre, ma anche gomma, rottame di vetro e metalli. Sono 26 i paesi non appartenenti all’OCSE che hanno inoltrato richiesta formale alla Commissione europea per poter continuare a importare scarti da trasformare nelle proprie industrie e manifatture anche oltre la data dello stop totale alle movimentazioni verso paesi in via di sviluppo, fissato al 21 maggio 2027 dal nuovo regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti.

L’elenco dettagliato delle richieste di esenzione inoltrate dai vari paesi – in alcuni casi anche con decine di indicazioni puntuali dei codici rifiuto che si vorrebbe continuare a importare – è stato diramato nei giorni scorsi da Bruxelles e conta tra gli altri anche i dieci principali partner commerciali dell’Ue tra i paesi non OCSE: India, Egitto, Indonesia, Vietnam, Pakistan, Malesia, Marocco, Thailandia, Bangladesh e Ucraina. La pubblicazione della lista era stata sollecitata dalle principali associazioni internazionali del riciclo, come BIR ed EuRIC, secondo cui serve garantire massima trasparenza in un processo che, da qui ai prossimi anni, porterà a una radicale ridefinizione degli scambi commerciali di rifiuti tra Ue e paesi terzi.

Buona parte delle richieste di autorizzazione all’importazione ha in oggetto i principali flussi di rifiuti che dall’Ue finiscono nei paesi emergenti, come carta e metalli, ma il documento diffuso dalla Commissione riporta un lungo e variegato elenco di frazioni specifiche di scarti pre e post consumo. “Si tratta ora di capire se questi paesi riusciranno a dimostrare il possesso dei numerosi e stringenti requisiti fissati dal nuovo regolamento Ue”, spiega a Ricicla.tv la consulente ed esperta di movimentazioni transfrontaliere Benedetta Bracchetti. Le domande saranno infatti valutate singolarmente dagli uffici della Commissione, che entro il 21 novembre 2026 dovrà pubblicare la lista delle destinazioni autorizzate.

A un primo esame, risultano già diverse le richieste destinate a essere respinte: dai rifiuti pericolosi (il cui export verso paesi non OCSE era già vietato), ai rifiuti da batterie esauste, per i quali nei giorni scorsi l’Ue ha presentato un quadro regolatorio più rigido, passando per i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, che dal 1 gennaio di quest’anno non possono essere più esportati verso paesi in via di sviluppo. Destinate a essere bocciate anche le richieste di importare i rifiuti di plastica, visto che dal 21 novembre 2026 scatterà lo stop totale delle esportazioni verso paesi non OCSE e che la richiesta di riprendere le importazioni potrà essere inoltrata solo dal 21 maggio 2029.

Le nuove regole sulle spedizioni di rifiuti verso paesi non OCSE impatteranno su flussi che, stando agli ultimi dati Eurostat, nel 2023 hanno raggiunto un volume superiore ai 20 milioni di tonnellate. Le rotte principali sono dirette verso il far east: l’India ha importato oltre 2 milioni di tonnellate di carta e poco meno di 3 di rottame, Indonesia e Vietnam hanno acquistato più di un milione di tonnellate di maceri ciascuno. Il Pakistan, con 173 mila tonnellate, è risultato insieme all’India la principale destinazione per i rifiuti tessili, ma ha importato anche un milione di tonnellate circa di rottame. Quote rilevanti di rifiuti metallici sono finite anche in nord Africa: l’Egitto, da solo, ne ha importato 1,6 milioni di tonnellate, mentre altre 500 mila tonnellate sono andate in Marocco. Alla volta del sud est asiatico sono partite anche decine di migliaia di tonnellate di rifiuti in plastica: più di 200 mila ciascuno per India, Indonesia e Malesia.

Flussi sui quali l’Ue ora dovrà indagare nel dettaglio, per verificare che i paesi di destinazione siano a tutti gli effetti capaci di recuperare i rifiuti e che dietro gli scambi commerciali non si nascondano traffici illeciti, come nel caso dei rifiuti di plastica che nel 2020 sono partiti dalla Campania per finire in un finto impianto in Tunisia. All’epoca il caso aveva generato un vero e proprio terremoto istituzionale nel paese nordafricano, fino a condurre alle dimissioni dell’allora ministro dell’ambiente, ma nonostante l’eco politica, mediatica e giudiziaria della vicenda continui a riverberarsi ancora oggi, il governo tunisino ha comunque scelto di inoltrare all’Ue la richiesta di poter continuare a importare rifiuti polimerici. Richiesta che quasi certamente verrà respinta, visto che almeno fino al 2029 per la plastica varrà una messa al bando totale.

L’esame delle richieste di importazione servirà però soprattutto a verificare che i trattamenti di recupero nei paesi di destinazione siano in linea con gli standard ambientali e sociali dell’Unione, requisito che sembra già destinato a tagliare fuori diversi mercati di sbocco per i rifiuti che oggi l’Ue non recupera dentro i propri confini. A partire dai rifiuti tessili non riutilizzabili. Gli operatori del Vecchio Continente non riescono più a ‘sfilacciarli’ a costi sostenibili e così li esportano verso India e Pakistan, dove la domanda di fibre recuperate è altissima, come altissimi però sono anche i costi sociali e ambientali generati dalle lavorazioni.

Ma il fronte più sensibile resta quello dei rottami metallici, che per quantità rappresentano il flusso principale tra quelli esportati verso i paesi in via di sviluppo. “Sembra estremamente difficile che il quantitativo dei rifiuti che rimarrebbero dentro i confini Ue possa trovare collocazione sul mercato comunitario – sottolinea Bracchetti – sarebbe opportuno adottare un approccio più selettivo alla luce delle complesse dinamiche che caratterizzano l’ampio mondo dei rifiuti”. Il rischio, spiega, “è quello di creare scompensi nel mercato dei materiali riciclati, un esito opposto rispetto a quello che il legislatore comunitario si è prefissato”.

Anche perché allo stop tout court alle spedizioni verso i paesi non OCSE non abilitati, il regolamento affianca pure l’irrigidimento delle procedure per le esportazioni dirette a recupero nei paesi OCSE, come la Turchia, principale destinazione del rottame europeo. “Il quadro degli adempimenti per le imprese esportatrici cambierà di molto” chiarisce Bracchetti, introducendo tra i cosiddetti obblighi dell’esportatore anche quello di dimostrare di poter “disporre di un impianto di destinazione ben individuato, con modalità di lavorazione del rifiuto ecologicamente corrette e rispettose della sicurezza dei lavoratori”.

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