Ogni cittadino Ue spreca 132 kg di cibo in un anno, i dati del report dell’European Enviroment Agency

di Elvira Iadanza 02/04/2025

Sprecare cibo brucia 132 miliardi di euro all’anno nell’Unione europea, con danni all’ambiente e alla biodiversità


Lo spreco alimentare causa perdite economiche pari a 132 miliardi di euro all’anno. È quanto emerge dal rapporto dell’European Enviroment Agency pubblicato lo scorso 31 marzo e che fa il punto sulle strategie da attuare per evitare di gettare via cibo. Ogni europeo – si legge nel report – ha buttato 132 kg di cibo, causando, così, uno spreco pari a 59 milioni di tonnellate di prodotti nel 2022.

Per combattere il fenomeno, l’Unione europea è pronta ad adottare due obiettivi vincolanti: la riduzione del 10% dello spreco di cibo nella lavorazione dei prodotti e il taglio del 30% pro capite nel commercio al dettaglio e nei consumi, entrambi previsti nella proposta di revisione della direttiva quadro sui rifiuti. Il limite temporale per il raggiungimento di questi risultati è fissato per il 2030, mentre già lo scorso febbraio Parlamento e Consiglio Ue hanno raggiunto un accordo provvisorio nel corso dei negoziati a tre.

    I target scelti – si legge nel report – sono una chiamata all’azione per gli Stati Ue, che devono accelerare per raggiungere la riduzione dello spreco lungo la filiera alimentare e del consumo domestico per garantire una risposta sufficiente e coerente in tutta l’Unione. Secondi i dati raccolti dall’Eea, i principali responsabili dello spreco sono proprio i consumatori, il 54% dei prodotti, infatti, viene buttato via dalle famiglie, il 18% dall’industria alimentare e al terzo posto il settore della ristorazione.

    I problemi legati allo sperpero di cibo, però, non sono solo quelli connessi alla creazione di rifiuti, ma sono strettamente collegati anche al consumo di energia e risorse. “Lo spreco alimentare ha implicazioni ambientali significative – scrive l’European Enviroment Agency – mettendo a dura prova le risorse naturali e gli ecosistemi senza apportare benefici alla nutrizione umana”. La maggior parte degli impatti ambientali, denuncia l’EEa, si verifica lungo la filiera alimentare, con solo una quota minore legata alle operazioni di trattamento dei rifiuti: “Ciò è dovuto all’energia e alle risorse utilizzate per produrre i prodotti alimentari che vengono sprecate e alle conseguenze ambientali ad esse collegate lungo la filiera. Dalla fattoria alla tavola, energia e risorse vengono spese per la produzione di pesticidi, la coltivazione della terra, il trasporto di merci, la lavorazione degli alimenti, il raffreddamento e lo stoccaggio e poichè questi impatti si accumulano lungo la filiera, lo spreco alimentare nella fase di consumo ha il carico ambientale più alto, superando le perdite a livello di azienda agricola”.

    A risentire di questi comportamenti errati è anche la biodiversità, messa a rischio dallo spreco di prodotti di origine animale, che sebbene “costituiscano meno del 20% della massa totale di rifiuti alimentari, sono responsabili di oltre il 50% degli impatti ambientali complessivi, tra cui l’eutrofizzazione delle risorse idriche e i cambiamenti nell’uso del suolo che hanno un impatto negativo sulla biodiversità”. Però, come avverte l’Eea, ridurre lo spreco di alimenti da solo non è sufficiente.

    Servirebbe affrontare il tema insieme ai “problemi strutturali più profondi nel sistema agroalimentare globale” e superare l’attuale modello che ha privilegiato fino a oggi “la quantità rispetto alla qualità” contribuendo così “all’uso non sostenibile delle risorse, alla perdita di biodiversità e agli squilibri nutrizionali. I terreni agricoli, spesso trattati in modi che li trasformano in emettitori di gas serra anziché in pozzi di carbonio, esacerbano ulteriormente le crisi ambientali. Un’economia alimentare veramente circolare – conclude l’Agenzia europea per l’ambiente – richiede più della riduzione degli sprechi: richiede cambiamenti sistemici nella produzione, nel consumo e nella salute pubblica, passando dall’eccesso e dall’inefficienza alla sostenibilità e alla qualità”.

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